Racconti erotici · 18+
I racconti erotici di Giochi per Grandi cominciano da qui, da una casa finalmente vuota e da una mattina senza sveglia. Marta e Giulio sono personaggi di fantasia, adulti, sposati da una vita: oggi lei va in pensione e scopre che il tempo libero, a volte, ha un sapore inatteso.
Abbiamo scelto loro per aprire la sezione perché i racconti erotici che amiamo non parlano solo di corpi giovani e notti in hotel. Parlano di persone vere, di desideri che cambiano, di coppie che si ritrovano. Sono racconti erotici da leggere da soli, la sera, oppure ad alta voce, in due: come scoprirete, funzionano benissimo in tutti e due i modi. Una sola avvertenza: come tutti i racconti erotici di questa sezione, è riservato a lettori maggiorenni. Mettetevi comodi.
Le sette e quaranta
Marta aprì gli occhi alle sei e quaranta, come ogni mattina da trentacinque anni. Il corpo non aveva ricevuto la notizia. Rimase immobile a guardare la striscia di luce che entrava dalla tapparella, in attesa del panico familiare: il registro, la terza B, la fotocopiatrice rotta al secondo piano.
Il panico non arrivò. Al suo posto arrivò un pensiero piccolo e rotondo, che si gonfiò piano come un pane nel forno: non devo andare da nessuna parte.
Si girò sul fianco. La metà del letto di Giulio era vuota e ancora tiepida. Dal piano di sotto saliva l’odore del caffè e, sotto, quello più antico della bottega: segatura, cera d’api, olio di lino. Erano trent’anni che il marito restaurava mobili al piano terra e trent’anni che quell’odore le restava addosso, nei maglioni, nei capelli, perfino nei compiti in classe che correggeva in cucina.
Chiuse di nuovo gli occhi. Si concesse di non alzarsi. Era un lusso così sfacciato che le venne da ridere da sola, sotto il lenzuolo, come una ragazzina che marina la scuola. Solo che la scuola, adesso, l’aveva marinata per sempre.
«Non devo andare da nessuna parte.»
Alle sette e quaranta la porta si aprì con una spinta del piede. Giulio entrò con un vassoio in equilibrio precario: due tazze, una caffettiera, una brioche spezzata in due e un rametto di rosmarino in un bicchiere, perché i fiori, a ottobre, in giardino non c’erano più.
«Buongiorno, signora pensionata.»
«Non chiamarmi così. Sembra il nome di una malattia.»
«Buongiorno, donna libera, allora.» Posò il vassoio sul comodino e si sedette sul bordo del letto. Aveva le mani segnate dal lavoro, una macchia di mordente sul pollice, i capelli grigi ancora umidi della doccia. Cinquantotto anni e la stessa faccia da ragazzo che fa una sorpresa. «Ho chiuso la bottega. Oggi niente clienti, niente telefono. Oggi è il tuo primo giorno e io sono in ferie.»
«Da quando i restauratori vanno in ferie?»
«Da stamattina.»
Bevvero il caffè in silenzio, seduti uno accanto all’altra, e Marta si accorse di una cosa che non sentiva da anni: la casa non faceva rumore. Lorenzo, il loro figlio, era partito per Torino due settimane prima, con un trolley, uno zaino e un contratto da ingegnere. La sua stanza, dall’altra parte del corridoio, aveva la porta aperta e il letto rifatto. Nessuna musica dalle cuffie, nessuna doccia di quaranta minuti, nessun «mamma, dove sono le mie chiavi». Solo il ticchettio dell’orologio in cucina e un merlo ostinato sul davanzale.
«È strano» disse lei.
«È silenzioso» disse lui. E nel modo in cui lo disse, guardandola da sopra la tazza, c’era qualcosa che Marta riconobbe subito, anche dopo ventotto anni di matrimonio. Forse proprio perché erano ventotto.

Il libro dei racconti erotici
Il pacco era rimasto sul tavolo dell’ingresso dalla sera prima, ancora avvolto nella carta rossa con cui i ragazzi della quinta l’avevano consegnato tra applausi, lacrime finte e una torta comprata al supermercato. Marta non l’aveva aperto. Aveva voluto aspettare, come si fa con le cose che si sa già che faranno bene.
Giulio andò a prenderlo e glielo posò in grembo con una solennità da notaio.
Dentro c’era un’edizione del Decameron, rilegata in tela color vinaccia, con il taglio delle pagine dorato. Sul frontespizio, nella grafia tonda di Giada, la rappresentante di classe, c’era una dedica.
«Prof, per trentacinque anni ci ha fatto leggere il Boccaccio “giusto”. Adesso ha tempo per tutto il resto. Soprattutto per le novelle che saltava. Con affetto (e un po’ di malizia), la 5ª A.»
Marta rise così forte che dovette posare la tazza.
«Che cosa c’è scritto?»
Lei glielo lesse. Giulio alzò un sopracciglio. «Saltavi le novelle?»
«Saltavo quelle che avrebbero fatto venire un infarto a metà dei genitori. Federigo degli Alberighi, Chichibio, Frate Cipolla: sì. I racconti erotici, no. Ne leggevo il riassunto, dicevo “il resto lo leggete a casa” e passavo oltre. E loro naturalmente lo leggevano. Era l’unico compito che facevano tutti.»
«Quindi in trentacinque anni non hai mai letto ad alta voce uno di quei racconti erotici.»
«Mai.»
Giulio prese il libro, lo sfogliò, lo soppesò come faceva con un cassetto da rimettere in squadra. Poi glielo restituì aperto a caso, che caso non era. «Allora comincia adesso. Leggimene uno.»
«Alle otto del mattino? I racconti erotici si leggono di notte, Giulio. Con la lampada sul comodino e la porta chiusa a chiave.»
«Sei in pensione. Le otto del mattino sono una convenzione borghese. E la porta chiusa a chiave non serve più: Lorenzo è a Torino.»
Aveva ragione, ed era la cosa più sorprendente di tutta la mattina. Per vent’anni ogni loro gesto d’intimità era passato dal controllo della porta, dal volume della televisione alzato apposta, dall’orecchio teso al rumore delle chiavi nella toppa. Adesso non c’era nessuno da cui nascondersi. Solo un merlo.
Lei guardò la pagina. Settima giornata, quella in cui le donne fanno beffe ai mariti. Seconda novella. Peronella e il doglio. Sorrise, perché conosceva la storia e sapeva esattamente dove andava a parare. Lesse prima il sommario, quello che Boccaccio mette in testa a ogni novella come un’anticipazione maliziosa.
«Peronella mette un suo amante in un doglio, tornando il marito a casa; il quale avendo il marito venduto, ella dice che venduto l’ha ad uno che dentro v’è a vedere se saldo gli pare.»
«Questa è una storia di corna» lo avvertì.
«Allora leggila con l’accento giusto.»
Racconti erotici ad alta voce
Marta si sistemò il cuscino dietro la schiena, si schiarì la voce come faceva in aula e cominciò. La voce uscì professorale, poi più bassa, più lenta. Lesse di Peronella, giovane moglie di un muratore napoletano, che riceve l’amante in casa mentre il marito è al lavoro; del marito che rientra all’improvviso; dell’amante nascosto in fretta dentro un grande vaso di terracotta, il doglio; e dell’astuzia di lei, che trasforma il pericolo in una beffa, mentre il povero marito, ignaro, si mette a raschiare l’interno del vaso. Era uno dei racconti erotici più celebri del libro, e anche uno dei più divertenti.
A metà novella Giulio si era sdraiato accanto a lei, la testa appoggiata alla sua spalla. Ascoltava con gli occhi chiusi. Quando lei arrivò al punto in cui Boccaccio, con una malizia di quasi sette secoli, descrive l’amante che si consola con Peronella appoggiata alla bocca del doglio mentre il marito lavora dentro, lui scoppiò a ridere e le prese la mano.
«Ma è sfacciatissimo.»
«È il Trecento. Erano più spregiudicati di noi.»
«E questi racconti erotici li hai saltati per trentacinque anni?»
«Non potevo leggere certi racconti erotici a ragazzi di diciotto anni con la voce di una che sta pensando a suo marito.»
Lo disse senza pensarci. Poi sentì le guance scaldarsi, perché era vero: stava pensando a lui. Alla sua mano grande, al profumo di sapone e di legno, a quella spalla che si era fatta più vicina parola dopo parola. Era buffo. In trentacinque anni di lezioni nessuno le aveva mai detto che i racconti erotici, letti a due voci, diventano un’altra cosa. Dopo tanti anni pensava di conoscere tutte le strade che portavano al desiderio, e invece eccone una nuova: la propria voce che legge una storia vecchia di settecento anni, in una casa vuota, di martedì mattina.
Giulio aprì gli occhi. Non disse niente di spiritoso, per una volta.
«Ti va?» chiese soltanto.
Era la loro domanda. L’avevano imparata tardi, dopo anni in cui il sesso era diventato una specie di orario ferroviario, incastrato tra il lavoro, i compiti di Lorenzo e la stanchezza della sera. Qualche anno prima, dopo una discussione che alla fine riguardava anche quello, si erano detti che non volevano più darsi per scontati. Da allora la domanda era tornata. A volte la risposta era «no, stasera no», e andava bene. A volte era «sì, ma piano». A volte era una risata.
«Mi va» disse Marta. «Ma piano. Sono in pensione, non in gara.»

Il primo giorno
Lui si alzò e abbassò la tapparella a metà, quel tanto che bastava a trasformare la luce di ottobre in una penombra color miele. Dalla cassettiera prese la boccetta d’olio di mandorle che usavano per i massaggi, e il vasetto di vetro con la candela che Lorenzo le aveva regalato a Natale e che lei non aveva mai acceso, perché le candele, in quella casa, erano sempre state per le occasioni.
«Questa è un’occasione» disse Giulio, e accese il fiammifero.
Le chiese di girarsi. Lei obbedì con una pigrizia deliziosa, il viso affondato nel cuscino che sapeva di bucato. Sentì il materasso piegarsi sotto il suo peso, poi il rumore leggerissimo dell’olio tra i palmi, che lui scaldava prima di toccarla. Era un gesto che faceva da sempre e che lei non aveva mai smesso di notare: anche con i mobili, Giulio non metteva mai la cera su un legno freddo.
Le sue mani partirono dalle spalle. Lente, larghe, sicure. Trovarono il nodo che Marta si portava dietro da anni, quello sotto la scapola destra, il nodo della borsa piena di compiti, e lo sciolsero con una pazienza da artigiano. Lei sospirò. Lui scese lungo la schiena, contò le vertebre come si contano i gradini di una casa conosciuta, indugiò sui fianchi, che non erano più quelli di trent’anni prima e che lui accarezzava come se lo fossero ancora, o meglio, come se fossero più belli proprio per questo.
«Ti ricordi la prima volta che l’abbiamo fatto con la luce accesa?» mormorò lei.
«In quella pensione a Cefalù. Con la tenda a fiori.»
«Ero terrorizzata.»
«Eri bellissima. Lo sei anche adesso, e non sei terrorizzata.»
Lei si voltò. Lo guardò dal basso, con i capelli spettinati e il segno del cuscino sulla guancia, e pensò che c’era una forma di coraggio che si impara solo con gli anni: quella di lasciarsi guardare.
«C’è una forma di coraggio che si impara solo con gli anni: quella di lasciarsi guardare.»
Lo tirò giù verso di sé. Il primo bacio sapeva di caffè e di rosmarino, il secondo non sapeva più di niente se non di lui.
Fecero l’amore con la calma di chi non ha un treno da prendere. Senza la fretta di arrivare, senza l’orecchio teso ai passi in corridoio, senza il pensiero della sveglia del giorno dopo. Si fermarono a ridere quando il gomito di Giulio finì sul libro di Boccaccio rimasto aperto tra le lenzuola. Si fermarono di nuovo quando Marta allungò la mano verso il cassetto del comodino, verso il flacone di lubrificante che avevano imparato, insieme, a non considerare una sconfitta ma un alleato. Ripresero. Lui le chiese «così?» e lei rispose guidandogli la mano, perché certe risposte si danno meglio senza parole.
Il piacere arrivò a ondate, non come un fulmine ma come una marea che sale, e Marta si sorprese a pensare, in mezzo a tutto, che la casa vuota non era affatto vuota. Era piena di loro due, finalmente.
Dopo, rimasero abbracciati sotto il lenzuolo, la candela che tremava sul comò, il merlo che aveva ripreso a cantare. Giulio le passava un dito lungo il braccio, avanti e indietro, distrattamente.
«Allora» disse. «Com’è la pensione?»
«Finora mi piace molto.»
«Domani cosa facciamo?»
«Domani ti leggo l’Ottava giornata. Ci sono racconti erotici anche lì, mi pare.»
«Il Boccaccio era un uomo che sapeva il fatto suo.»
«Anche tu, ogni tanto.»
Nel pomeriggio cominciò a piovere. Giulio scese in bottega a lucidare un cassettone che non aveva nessuna fretta di consegnare, solo per il piacere di farlo con la radio accesa. Marta rimase in cucina, con una tazza di tè e un quaderno nuovo, uno di quelli con la copertina nera che comprava a settembre per le lezioni. Lo aprì alla prima pagina. Lo fissò a lungo.
Per trentacinque anni aveva spiegato agli altri come si scrive una storia: l’incipit, il conflitto, lo scioglimento. Non ne aveva mai scritta una sua. Pensò a Peronella, al doglio, al marito che raschiava. Pensò ai racconti erotici che aveva saltato per pudore e a quelli che nessuno aveva ancora scritto: quelli delle donne di cinquantanove anni, delle case vuote, dei mariti con le mani sporche di mordente.
Avrebbe potuto essere una cosa sua. Una raccolta di racconti erotici scritti da una professoressa in pensione, da leggere ad alta voce a un restauratore in ferie. Nessun editore, nessun voto, nessuna correzione in rosso. Solo il piacere di trovare le parole giuste per cose che le parole, di solito, sfiorano appena.
Prese la penna e scrisse il titolo in alto, in stampatello, come insegnava ai ragazzi. Poi, sotto, con una grafia che le parve più giovane della sua, la prima riga.
IL PRIMO GIORNO
Marta aprì gli occhi alle sei e quaranta, come ogni mattina da trentacinque anni.
Dal piano di sotto salì il rumore della pialla, poi la voce di Giulio che canticchiava una vecchia canzone, stonato come sempre. Marta sorrise e continuò a scrivere.
Perché leggere (e scrivere) racconti erotici
Con questa storia inauguriamo la sezione dei racconti erotici di Giochi per Grandi. Non è un caso che il primo personaggio sia una professoressa di lettere: la letteratura italiana è nata anche così. Il Decameron, composto da Giovanni Boccaccio forse tra il 1349 e il 1353, come ricorda l’Enciclopedia Treccani, è pieno di novelle che oggi chiameremmo senza esitare racconti erotici. Quella di Peronella, la seconda della Settima giornata, potete leggerla per intero su Wikisource: sette secoli dopo, fa ancora ridere e arrossire.
Perché leggere racconti erotici da adulti? Perché accendono la testa prima del corpo. Perché ci fanno entrare in vite diverse dalla nostra e ci restituiscono alla nostra con qualche idea in più. Perché, come ha scoperto Marta, leggerli ad alta voce a chi amiamo è un preliminare che nessun manuale insegna. E perché le storie, a differenza delle immagini, lasciano spazio alla fantasia di chi legge.
Un buon racconto erotico breve, poi, ha un vantaggio pratico: si legge in dieci minuti e lavora per ore. Lascia un’immagine, una frase, un’idea che torna in mente mentre si fa la spesa o si guida verso casa. Per molte coppie le storie erotiche sono il modo più semplice per dirsi «mi piacerebbe» senza doverlo dire: basta leggere insieme, e guardare quale pagina fa alzare lo sguardo all’altro. Se volete provarci, i racconti erotici sono un ottimo inizio, molto più dei discorsi seri a cena.
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Domande frequenti
Dove leggere racconti erotici per adulti di qualità?
Su Giochi per Grandi pubblichiamo racconti erotici originali, scritti per adulti, con personaggi maggiorenni, consenso chiaro e un erotismo elegante, senza pornografia. Li trovi tutti nella pagina Racconti e nella rubrica Racconti erotici del magazine, con un nuovo racconto ogni settimana.
Il Decameron contiene racconti erotici?
Sì. Tra le cento novelle del Decameron, composto da Giovanni Boccaccio forse tra il 1349 e il 1353, molte hanno un contenuto apertamente erotico e spesso comico. Tra le più celebri c’è quella di Peronella, seconda novella della Settima giornata, dedicata alle beffe che le donne fanno ai mariti.
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Perché leggere storie erotiche in coppia?
Leggere ad alta voce una storia erotica accende l’immaginazione e permette di dire «mi piacerebbe» senza doverlo spiegare: basta notare quale pagina fa alzare lo sguardo all’altro. È un preliminare lento, divertente e senza pressione, adatto a ogni età. Potete leggere a turno, una pagina a testa.
— La redazione